“Sorry buddy”*

Ho sempre avuto la fissa del bilinguismo. Avete presente quando ci si imbatte in una cosa che proprio perché sai che non potrai mai avere la vorresti da matti? Confesso che a volte mi succede anche con le borse. Ecco, io con il bilinguismo ho proprio questo rapporto, rafforzato da una laurea in lingue di dubbia qualità che mi ha ulteriormente aperto gli occhi sulla voce “Beata ignoranza” presente a pagina 1 del libro “Gli italiani e gli idiomi stranieri – una storia più triste di quella narrata da Florence Montgomery in Incompreso

L’arrivo di Memi è stato, da questo punto di vista, fonte di idee folli e futuristiche relative alle tecniche di trasmissione di una seconda lingua ad uno gnomo che al momento non solo non parla inglese ma manco l’italiano. Ne dico una per tutte, giusto per non perdere completamente la faccia già al secondo post: nell’euforia della gravidanza, allegramente incinta di 34 settimane, io e Luca a Londra abbiamo fatto incetta di libri e libretti di favole da Waterstones. Perché non ordinarli comodamente su Amazon? Perché caricare il misero bagaglio a mano che consente Ryanair di baby books rischiando di pagare un salasso per il tentativo di imbarcare pesi non consentiti? Perché? (con il senno di poi lo sto chiedendo a me stessa). Ovvio, perché il flusso di energie-portatrici-sane-di-genuino-vocabolario-inglese che hanno acquisito quei teneri libricini in una delle più grandi librerie di Londra non poteva mica essere paragonato all’asettico magazzino DHL dove sarebbe stato tristemente abbandonato il nostro plico acquistato online… no? L’osmosi esiste signori, anche in queste situazioni, non dimentichiamocelo.

Ma torniamo a noi. Ci sono mamme che sognano per il proprio figlio un futuro da ingegnere, da medico, da scienziato. A me non importa un fico secco di cosa farà Memi da grande, basta che sia onesto e felice, poi se trova il modo di guadagnarsi da vivere raccogliendo conchiglie sulle spiagge di Guadalupe buon per lui. Ma se c’è una cosa che proprio proprio proprio vorrei regalare a mio figlio come accessorio fondamentale da tenere sempre nella sua valigia è… il bilinguismo!

Predico bene – talvolta benissimo tanto che mi darei una pacca sulla spalla da sola. Razzolo male – ogni tanto ai limiti del vergognoso.

Per riassumere gli ultimi (e primi) 16 mesi di vita di Memino, posso dire che il piccolo è stato amorevolmente sottoposto a diverse procedure che in via teorica avrebbero dovuto avvicinarlo all’apprendimento delle basi del British English. Un po’ (molto poco) ho parlato con lui in inglese. Un po’ (molto poco) gli ho letto libri in lingua. Un po’ (molto poco) si è cuccato Peppa Pig versione originale. Gli ultimi arrivati in famiglia sono i DVD di Baby Einstein, vediamo quanto durano prima di fare pure loro una brutta fine. Il simpatico aspirante poliglotta si è pure dovuto sorbire le lezioni prova di ben due diversi corsi di inglese per gnomi… Corsi poi mai iniziati, uno perché l’insegnante è riuscita a farmi venire voglia di emigrare ovunque tranne che in un paese anglofono, l’altro perché amore-mio-bello-della-mamma 100 e rotti euro al mese per 1 lezione settimanale di 45 minuti sono al di fuori della nostra idea di budget familiare.

Il problema – se di problema si può parlare- rimane comunque leggendaria incostanza (nota per mia madre: non dire niente, non commentare, so quello che pensi ma non aprire bocca): parto con mille buone intenzioni e le perdo con la stessa velocità e frequenza con cui scompaiono i bagagli a Fiumicino.

Ma sento che ce la posso ancora fare. Eccome se ce la posso fare. Mi serviva giusto un kick start ed è arrivato, anzi ne sono arrivati due.

KICK START N.1: il vocabolo più utilizzato negli ultimi due mesi a casa nostra è expat… l’inglese ci serve come il pane (possibilmente un panino imbottito di un certificato IELTS C2), quindi è il caso di fare di necessità virtù e darsi una mossa

KICK START N.2: il mitico quattrenne cavaliere mascherato figlio della mia amica Francesca mi ha illuminato con il suo “Sorry buddy”*, prova tangibile che i bambini apprendono velocemente ed interiorizzano in modo davvero sorprendente.

Quindi non mi resta che attivarmi, prendendo possibilmente in prestito la costanza di mio marito (non abbiamo la comunione dei beni ma credo che mi spetti comunque di diritto). Ce la faranno i nostri eroi?

*Il cavaliere mascherato l’altro giorno se ne è uscito con questa esclamazione, andando addosso involontariamente alla sua mamma mentre girava per casa. Gli è uscita così, come se fosse la cosa più naturale da dire. Frase corretta, contesto corretto. E poi c’è chi li considera “solo” bambini.

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3 thoughts on ““Sorry buddy”*

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